L’umiliazione

Aveva perso la sua magia. L’impeto era venuto meno.
In teatro non aveva mai fallito, tutto ciò che aveva fatto era stato valido e convincente,
poi gli successe una cosa terribile: non era più capace di recitare.

Andare in scena divenne un tormento.

 

Pomeriggio tardo di fine settembre. La giornata è stata un turbinio di volti, persone, auguri, regali e attesa che, sciogliendosi, si porta via tutta l’adrenalina. Arrivata a casa mi lancio sul divano, cercando di recuperare un po’ di sonno. Ottima iniziativa, direte voi. Peccato che più mi imponga di dormire, più il sonno sembra trasferirsi sul mio ospite milanese, grazie al quale ho un tetto sopra la testa in questo weekend di lauree. Dopo avergli lanciato l’ennesima occhiata piena d’invidia, decido di mettermi a spiare la sua libreria, alla ricerca di qualcosa per impegnare quell’insonne pomeriggio. Ed è così che mi capita fra le mani il mio primo Philip Roth.

Il libro che sto stringendo è “The humbling” (in italiano L’umiliazione), il penultimo libro del maestro senza Nobel. Il protagonista, Simon Axler, ha perso il “dono” della recitazione alla veneranda età di 65 anni. Questa perdita crea un effetto domino sulla sua vita privata, spazzando via ogni relazione affettiva o briciolo di fiducia in se stesso. Salvo da ogni scalfitura rimane invece il desiderio erotico che, invece di diventare una salvifica ancora verso la vita, si rivela essere l’ultima pulsione instintiva di una mente ormai alla deriva verso la lunga notte*.

Avendo letto il libro in lingua originale, credo di poter dire di aver assaporato ancora di più la semplicità e la raffinatezza di Roth, proprio perché l’inglese riesce a trasmettere con una naturalezza invidiabile anche i pensieri più complessi. Tutta la distruzione della psiche di Simon, e anche della sua vita, sono affrontati con una crudezza quasi scientifica, che rende ancora più evidente il perché del suo stato depressivo.

La perdita del suo talento dipende, infatti, dall’aver realizzato e compreso la finzione del palco. Il confine fra finzione e realtà è collassato, lacerando la cortina incantata della prima e svelando la sciatta banalità della seconda. Non ha mai avuto un vero talento, non è mai stato capace di trasformarsi in mille maschere diverse. Semplicemente, non pensava a nulla. Sotto questa nuova luce, ogni successo diventa un fallimento, o comunque una bugia detta al pubblico e, principalmente, a se stesso. Quando ricorda le prime lezioni di recitazione dice:«Ero ridicolo mentre reggevo la mia tazza inesistente e fingevo di bere. Dentro di me c’era sempre una vocina che diceva: “Non c’è nessuna tazza”». È proprio la riflessione, il pensiero, a sgretolare la credibilità della recitazione. Al tempo in cui Simon Axler era un attore di fama riconosciuta, «quando recitava, non pensava a niente». Ora, «prima di una rappresentazione pensava tutto il giorno a cose che non gli erano mai venute in mente in vita sua». La consapevolezza e il ragionamento riconducono l’uomo allo squallido quotidiano, riducendo l’intera esistenza ad un’interpretazione debole, banale.

Sempre all’interno della scenografia, la sua relazione con la quarantenne lesbica Pegeen non è altro che una costruzione di ruoli e immagini che continuano a cozzare contro una realtà diversa da quella che Simon ha il continuo bisogno di costruirsi attorno. L’eros riscoperto, la possibilità di un amore e di una famiglia non si rivelano altro che spasmi dell’istinto di sopravvivenza di Axler, che, una volta persi anche questi, non riesce riempire il vuoto che la consapevolezza ha creato.

Non è stata una lettura facile. Quando ci si scontra con la perdità di identità di un personaggio è inevitabile iniziare ad interrogarsi sulla propria identità, su quanto il vuoto lasciato dal pensiero e dalla riflessione possano portare ad una perdità di senso troppo grande per essere colmata da altre forze più istintive e meno razionali. Siamo fatti di definizioni, di confini. Oltrepassati quelli, nessuna azione ha più senso e si finisce inevitabilmente per fingere.

Ed è per questo che, anche per l’atto finale, Simon ha bisogno di un copione. E cosa potrebbe scegliere se non Il Gabbiano di Checov per la sua uscita di scena “definitiva”?

*ultima pièce che Simon dovrebbe portare in scena

Briciola d’autore

Da questo libro è stato tratto anche un film, con un Al Pacino più vecchio e intrigante che mai. Buona lettura e buona visione!

L’umiliazione di Philip Roth, Einaudi Supercoralli, 113 pgg, 17,50 €, e-book 6,99 €

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La storia dell’arte di Gombrich

Non esiste in realtà una cosa chiamata arte.

 

Può capitare che, per puro spirito di avventura, ci si voglia impegnare in una lettura più complessa del solito, sia dal punto di vista tematico che nello stile. Si cerca così un libro imponente (dalle 200 pagine in su, magari) con una copertina il più neutra possibile, scritto in modo così fitto da far sembrare il testo un’unica trama ricamata. Magari ci si lascia un po’ di libertà sulla tematica, cercando di trovare qualcosa affine alle proprie passioni. Nel mio caso, e nel caso di molte persone che conosco, la storia dell’arte potrebbe essere un ottimo spunto. Dopo un’accurata ricerca potreste pensare che “La storia dell’arte” di E. Gombrich sia esattamente il libro che fa per voi. Mi spiace deludervi, ma vi state sbagliando di grosso.
La gradevolezza del testo di Gombrich, per quanto specifico e decisamente più interessante per gli appassionati di arte, sta nel fatto che il racconto è condotto con una leggerezza e maestria tali da rendere comprensibili anche i concetti più complessi della storia dell’immagine e della cultura legata ad essa. Sir Gombrich presenta le varie fasi della storia dell’arte con competenza e precisione scientifica, ma tenendo sempre presente l’elemento umano dietro il segno. Non vi è mai successo di percepire una spiegazione come troppo lontana ed elucubrata rispetto a ciò che potevate vedere (o leggere, nel caso della poesia)? Questo forse perché, quando si spiega, ci si dimentica di mettere in gioco gli aspetti che possono aver influenzato gli artisti in una data epoca, lasciando le teorie sterili e difficili da applicare a quella che si percepisce come realtà.
Un punto di vista che rende ancora più interessante la lettura di questa Storia è che si ha la possibilità di vedere la storia dell’arte da un punto di vista europeo e non solo “italocentrico”. Per molti lo studio della storia dell’arte non ha superato gli anni del liceo e questo si traduce, purtroppo, nella quasi totale ignoranza di cosa è successo nel resto d’Europa prima e dopo il Rinascimento. Grazie allo sguardo sereno e pacato di Gombrich ogni capitolo di questa grande storia viene perciò inserito nella giusta prospettiva, senza creare gerarchie di importanza geografica o culturale. Bisogna anche dire che questo libro non può supplire ad uno studio approfondito dei grandi maestri: l’aspetto museologico, così come lo studio della conservazione dei reperti, vengono messi da parte per lasciare più spazio alla contestualizzazione. Ma bisogna sempre tenere in mente l’obiettivo del libro e le intenzioni dello scrittore: informare. Fare in modo che i segreti di questo mondo si aprissero anche ai non addetti al mestiere, a chi sente di potersi definire “solo un appassionato”.

Per quanto appassionata, anche io sento di avere delle profonde lacune in questo campo, ma mi sono sempre sentita privilegiata all’idea che ogni concetto fosse stato pesato per chi non è riuscito a trasformare la passione in qualcosa di più remunerativo (ma è solo una questione di tempo, l’arte mi farà diventare milionaria). Non mi ripeterò mai abbastanza: “La storia dell’arte” è un libro pensato per tutti. Se invece non siete grandi appassionati di arte, questo libro ha sempre il vantaggio di farvi passare per affascinanti intellettuali.

Briciola d’autore

Sir Ernest Gombrich fu nominato cavaliere della regina nel 1972, dopo essere già stato commendatore dell’ordine dell’impero britannico

La storia dell’arte di Ernest Gombrich, Phaidon, 1046 pgg, 19,50 € (edizione tascabile)

Antologia di Spoon River

“A novantasei anni avevo vissuto abbastanza, ecco tutto,
e passai ad un dolce riposo.
Cos’è questo che sento di dolori e stanchezza
e ira, scontento e speranze fallite?
Figli e figlie degeneri,
la Vita è troppo forte per voi-
ci vuole vita per amare la Vita.”

 

Antologia di Spoon River Ogni lettore convinto ha dei giganteschi buchi neri nella sua galassia culturale. Ci sono dei libri che sai di dover leggere (come osi definirti un lettore se non l’hai nemmeno sfiorato?) ma che, solitamente per casualità, non passano mai fra le tue mani. Quest’estate però sono riuscita ad alleggerire un po’ il mattone della vergogna che mi impediva di digerire e ho letto Antologia di Spoon River. Ah, che soddisfazione averlo fra le mani, andare a caccia dei nove personaggi cantati da De Andrè e perdermi completamente in un libro come non accadeva da tempo.

Devo fare un piccolo appunto perché spesso, se vogliamo essere onesti, Spoon River e De Andrè viaggiano su quella linea sottile fra il poser e l’appassionato convinto. E soffro profondamente quando divento emblema di questa ambiguità. Ma fidatevi se vi dico che a me Faber piace assai, e in modo molto spontaneo.

Fatto questo preambolo, passiamo al sugo della recensione. Di cosa parla Antologia di Spoon River? E perché ha questo effetto così forte su chiunque lo legga? 
Il signor Edgar Lee Masters si guadagnava da vivere come avvocato, ma riteneva il mestiere un po’ troppo arido per lui. Aveva sempre amato scrivere e più volte aveva provato a pubblicare, ma l’ispirazione non era mai stata dalla sua. Finché un giorno, stando all’aneddotica che ci piace tanto, sua madre venne a trovarlo e gli raccontò alcuni pettegolezzi su i suoi vecchi concittadini, passati a miglior vita e non. Lampo di luce. Da lì decise di raccontare il microcosmo di Lewiston e Petersburg, i villaggi della sua infanzia, attraverso gli epitaffi di chi non c’era più. In questo modo avrebbe potuto raccontare una storia universale partendo dai ritratti di chi conosceva meglio. Ma la genialità di Masters sta principalmente nell’aver avuto degli ottimi modelli a cui guardare per rendere la sua opera un classico moderno. A partire dall’Antologia Palatina, una raccolta di epigrammi greci alcuni dei quali funerari e satirici, per arrivare a Dante e il suo viaggio nei regni della morte, Omero e il connazionale Walt Whitman. Da questi modelli trasse la forma, il senso di ineluttabilità del destino dell’uomo che, però, si è ormai spogliato dei legami di cortesia richiesti sulla terra. Perché ora che la morte e giunta, non c’è più bisogno di nascondersi dietro l’educazione e la formalità, si può dar fuoco alle polveri e mettere a nudo l’ipocrisia di una vita falsa. Ma cioè che è ancora più forte, e personalmente che mi ha colpito di più, è stata la maestria nel rendere storie singole, uniche e personali, drammi comprensibili e immediatamente empatici. Forse perché anche il tipo di linguaggio utilizzato è semplice, scarno ed immediato. Di immediata comprensione ma inspiegabile bellezza.

Le storie sono sempre viste in prospettiva del singolo, che ha finalmente la possibilità di dire la sua opinione dei fatti. In molte occasioni però Masters dà voce a più di un personaggio su uno stesso fatto, così da sfaccettare i punti di vista e rendere il lettore consapevole dell’ambiguità della vita. E così, anche dall’aldilà, le ragioni terrestri continuano a lottare.

Non tutte le lapidi rimpiangono però, così come non tutte chiedono vendetta. Perché nel caleidoscopico cimitero di Masters c’è anche chi dalla vita ha saputo trarre il meglio, ha saputo sconvolgere i canoni della società e nella vita ha trovato la forza per morire “senza nemmeno un rimpianto”.

Briciola d’autore

 Il fotografo William Willington ha deciso di ripercorrere le strade dell’immaginaria Spoon River, in una raccolta di foto arricchite da testi inediti di Fernanda Pivano, la prima traduttrice italiana dell’Antologia. Ecco il link http://www.williamwillinghton.com/
Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters, Einaudi, pagg. 554, cartaceo 11,90 €

La dichiarazione

“Il mio nome è Anna.

Mi chiamo Anna e non dovrei essere qui. Non dovrei nemmeno esistere.

Invece esisto.”

 

La dichiarazioneQualche tempo fa mi è capitato di avere una discussione piuttosto coinvolgente con un mio amico, il cui tema può sembrare poco attraente data la risposta piuttosto scontata. La domanda era: se tu potessi, vorresti vivere per sempre?
Cosa dire di pancia, se non “ovviamente si”? E dubito sinceramente che qualcuno avrebbe potuto rispondere negativamente, senza magari rifletterci su per un po’. Voglio dire, proviamo ad immaginare gli immediati vantaggi: niente più paura della morte, del dolore e della vecchiaia; niente più limiti temporali, niente più piani per il futuro, niente più spreco di tempo (non puoi sprecare una risorsa illimitata), e tanto altro. Il problema è che, più la lista dei vantaggi diventa lunga, più cresce un certo senso di angoscia nei confronti di questa illimitata possibilità. È difficile da spiegare, ma si ha la sensazione che il poter fare tutto senza un vero e proprio limite di tempo (pensate al semplice fatto che si potrebbero recuperare tutte le ore di sonno perse) abbassi il loro valore, le ricopra di un velo di semplice…inutilità. Il secondo grosso problema è: e se non foste solo voi ad essere immortali? Se tutta la popolazione mondiale avesse la possibilità di vivere in eterno? Noi quel giorno non abbiamo toccato quel tasto, ma Gemma Malley aveva cercato di dare una risposta un bel po’ di tempo prima.

2140, il mondo è popolato da circa 8 miliardi di persone, delle quali l’80% è nato nei primi anni 2000. Questo è possibile grazie alla Longevità, una medicina che, se presa regolarmente, garantisce l’eterna giovinezza e la possibilità di non morire di vecchiaia. Peccato però che la vita eterna richieda un prezzo alto da pagare: per garantire un adeguato sfruttamento delle risorse ed evitare una terribile sovrappopolazione, chi sceglie di non morire, deve anche scegliere di non procreare. Questa legge è garantita dalla Dichiarazione, che i diversi governi nazionali hanno firmato all’unanimità. Ma, come in ogni sistema complesso e delicato, non tutti, per sbaglio o per volontà, riescono a rispettare questa legge. Esistono infatti le Eccedenze, bambini nati da coppie che non hanno esplicitamente firmato la Rinuncia (rinuncia a prendere la Longevità e quindi alla vita eterna). In molti paesi le Eccedenze vengono eliminate alla nascita, ma nella civilissima Inghilterra, dove si svolge il romanzo, i bambini vengono catturati e rinchiusi nelle Case di Eccedenza, dove viene loro insegnato ad espiare il loro essere al mondo attraverso la possibilità di diventare Utili per i Legali. 
Diventare un’Utile è anche il principale desiderio di Anna, la protagonista del romanzo di Malley. Essendo un’Eccedente, le è stato insegnato che la sua esistenza, frutto dell’egoismo sconsiderato dei suoi genitori, è uno sbaglio e che la vita orribile che conduce nel collegio/prigione sia uno dei pochi modi che possiede per giustificare la sua inutile presenza sulla Terra. Anna, un po’ per il suo zelo, un po’ per le idee inculcate in collegio, abbraccia pienamente questa condizione finché non incontra Peter, un Eccedente di quindici anni che non sembra mai essere stato sfiorato dal’indottrinamento. Lui non si vergogna di esistere, non crede di essere un ladro di diritti ma anzi reclama ciò che gli spetta in quanto essere umano. Per quanto questo atteggiamento possa turbare e infastidire Anna, quello che la sconvolge di più è il fatto che Peter sembra essere arrivato a Grange Hall solo per lei. Conosce il suo cognome, i suoi pensieri più “eretici” e soprattutto, i suoi genitori. Davanti questa inaspettata novità, la ragazza si scopre sempre meno indifferente alla sensazione di oppressione e di ingiustizia che ha sempre percepito nella sua vita, affrontando finalmente il mondo dei Legali con uno sguardo libero dal senso di colpa. Questo però non vuol dire che la libertà sia a portata di mano. Perchè se anche una coscienza si sveglia, il sistema rimane chiuso. E per combattere, e capire il proprio valore di esseri umani, bisogna essere pronti a sacrificare tutto quello che si ama.

Perchè leggerlo?

Il romanzo, esagerando un po’ secondo me, è stato paragonato a capolavori del mondo distopico come “1984” di Orwell e “La Strada” di McCarthy. Ora, per quanto l’atmosfera possa essere cupa e psicologicamente angosciante, non si arriva certo ai picchi di “controllo paranoico” raggiunti da Orwell. Anche la violenza fisica, dipinta a tratti così cruenti nel mondo post-apocalittico di McCarthy, si limita a delle percosse e a degli stanzoni di isolamento dove vengono tenuti gli Eccedenti disiobbedienti. Quello che veramente rende il romanzo affascinante è la riflessione sull’inutilità e la pericolosità di nuove vite una volta conquistato il traguardo della vita eterna. Questa, di per sé, è innaturale, nel senso che contrasta in pieno con il ciclo della morte e della vita, che ha visto l’umanità avvicendarsi e trasformarsi sulla terra negli ultimi millenni. Se da un lato, quindi, non si muore più, non si può nemmeno più nascere. Non c’è bisogno di arrivare al 214o e alla miracolosa vita eterna per rendersi conto che le risorse indispensabili alla sopravvivenza sono limitate, e lo sfruttamento intensivo della Terra non ha risvolti positivi per i suoi abitanti (permettetemi questo eufemismo). Abbiamo così, a confronto, l’impossibile da sempre desiderato (vita eterna ed eterna giovinezza) e il naturale risorgere delle forze che diventa una minaccia per chi vive già. Malley descrive con chiarezza quanto i bambini siano diventati una sorta di marchio di vergogna, una brutta abitudine da evitare, che in un futuro non poi tanto lontano (gli scienziati inventano la Longevità nel 2030) diventano un vero e proprio pericolo per l’equilibrio mondiale. Penso che questo capovolgimento così amaro, ma non così improbabile (vedi Cina), sia il vero punto di forza del romanzo. Lo stile è semplice, chiaro e scorrevole, e permette di divorare il libro in poco tempo, senza perdere però nessuna delle riflessioni che l’autrice porta a galla mano a mano che la fine si avvicina. Perché, come tutti i bravi romanzieri distopici, Malley si schiera e costringe il lettore a prendere una posizione, necessariamente pro o contro.

Briciole d’autore

L’idea per il romanzo arrivò quando l’autrice, giornalista per Sunday Telegraph, si ritrovò a fare un articolo sull’impennata dell’età media in alcune regioni inglesi, di fronte ad un vertiginoso calo delle nascite.

 

La dichiarazione di Gemma Malley, Salani, pagg. 304, cartaceo 16,50 €

 

Tre uomini in barca (per non parlar del cane)

“Io ho sempre l’impressione di fare molto più lavoro del dovuto. Non che sia contrario al lavoro, intendiamoci, il lavoro mi piace, mi affascina. Posso starmente seduto a guardarlo per ore”.

 

tre-uomini-in-barca-jerome-kLa soffocante vita metropolitana vi ha stremati? Avete bisogno di riprendere contatto col mondo naturale, silenzioso, placido e tranquillo? Se si, non resta che chiamare un paio di amici, raccattare il necessario e partire all’avventura.
Montagna, fiume, spiaggia, ogni meta è perfetta se i compagni di viaggio sono quelli giusti. Il problema è: quali sono i compagni “giusti?”. La critica empirica del viaggione di gruppo segue diverse scuole di pensiero: c’è chi predilige il viaggio fra compagni navigati e affiatati, chi ha bisogno del gruppo iperattivo della sveglia alle sei e passeggiata sulla salitaripidachepeggiononsipuò o chi ha semplicemente bisogno di supporto nelle gioie e nei dolori di un weekend fuori casa.
Il pensatore più autorevole di questa branca è forse Jerome K. Jerome. Lo scrittore, viaggiatore e dandy sostiene infatti che il non plus ultra della perfezione si raggiunge quando si combinano tre gentlemen ipocondriaci, pigri e decisamente comici, un cane furbo come una faina e una barchetta sgangherata che, tuttavia, compie dignitosamente il suo dovere.

Come testimone, Jerome fa affidamento sulla sua guida “Tre uomini in barca”, che racconta le rocambolesche avventure di J., George, Harris e il fedele Montmorency. I tre amici, più il sagace quadrupede, decidono di risalire il Tamigi perchè stanchi e ammalati (di cosa? Più o meno di tutto quello che l’enciclopedia medica può enumerare) e convinti di poter trovare un po’ di pace lontani dalla massacrante routine della città. Peccato però che i loro quattro caratteri siano leggermente incompatibili, per usare un eufemismo.
J., logorroico e sognatore, potrebbe essere l’anima avventurosa del gruppo, e ci riuscirebbe per davvero, se non fosse per il fatto che è esageratamente bravo a non fare nulla. Da un punto di vista teorico, infatti, la sua cultura non conosce confini, ma quando questa si scontra con la pratica, il nostro povero J. si arrende con tragicomica ironia. È il re della divagazione: ogni episodio dà il via a voli pindarici veramente estremi, ma ognuno degno di essere raccontato. Il nostro J., però, si piazza solo secondo nella classifica della pigrizia in confronto al caro George, campione di dormite sulle superfici improbabili. Questo giovine riesce a dormire a lavoro, al pub, sulla barca, in tenda durante un diluvio, mentre fuma la pipa, e a volte anche mentre parla.  Ma nonostante questo morboso rapporto con Morfeo, è il più romantico del gruppo, sempre perso a cercar poesia anche nella palude più insalubre e verdastra. Da questo punto di vista trova un compagno in J., prendendo volentieri parte alle sue divagazioni su parenti maldestri o teiere antipatiche. L’ultimo viaggiatore, Harris, è invece piuttosto diverso dai suoi compagni. Il suo titolo infatti potrebbe essere quello di “uomo pragmatico” della comitiva, peccato che il suo senso della praticità sfoci spesso in una sensibile mancanza di tatto, che si sposa alla perfezione col suo essere molto suscettibile. Non c’è bisogno di dire che i problemi di comunicazione fra J. e Harris spesso sfociano in terribili litigate dovute
semplicemente alla loro totale incompatibilità.
Non possiamo dimenticarci poi di Montmorency: un piccolo diavolo canino intrappolato nell’adorabile corpo di un fox-terrier. Amante delle risse e della confusione, bulletto quadrupede e terribile tornacontista, spesso sembra essere l’unico con un po’ di senno in corpo. O almeno, abbastanza senno da evitare i disastri combinati dagli altri tre.

Perchè leggerlo?

Se siete partiti con un  gruppo di amici almeno una volta nella vita, sapete esattamente di cosa Jerome sta parlando. Ogni episodio, litigata o scherzo sembra sia stato scritto ricalcando esattamente la vostra esperienza, come se più che una guida turistica, lo scrittore avesse elencato il modello del tipico viaggio-convivenza forzata. Con la differenza che lo ha scritto decisamente meglio di quanto fareste voi e con uno stile smaccatamente british. Non prendetevela a male, ma Jerome ha la rara capacità di prendere un episodio personale e di elevarlo al rango di teoria universale. Vi accenno, come esempio, la mitica teoria del tè, da me utilizzata spesso quando la fame si avvicina e la preparazione del pasto è ancora lunga. Quando si vuole fare un tè, non basta semplicemente far bollire l’acqua, ma bisogna far capire al bollitore che non si ha nessuna fretta, magari passeggiando in casa con nonchalance o chiacchierando con chi è presente senza degnarlo di uno sguardo. In questo modo il bollitore, pensando che non vi importi minimamente del tè, farà il suo dovere senza dare fastidio alcuno. Se invece vi piazzate davanti al bollitore o al pentolino, quello, per puro dispetto, ci metterà una vita a far bollire l’acqua, facendovi perdere tempo e pazienza. Arrivati qui volete dirmi che non è una teoria validissima e più volte sperimentata sulla vostra pelle?
Se questo piccolo assaggio vi è piaciuto, vi consiglio allora di tuffarvi con Jerome nel Tamigi, per passare con lui e la sua stramba compagnia qualche ora di puro e rilassante divertimento.

Briciole d’autore

Il libro commissionato in origine all’autore doveva essere una guida con cenni geografici e storici sul Tamigi, che Jerome pensò bene di condire con aneddoti divertenti. All’editore l’idea piacque tanto che decise di lasciare solo gli episodi divertenti, abbandonando l’idea della guida fluviale.

Tre uomini in barca (per non parlare del cane) di Jerome K. Jerome, Universale Economica Feltrinelli, I classici, pagg 201, cartaceo 8,00 €, e-book 3,99 €

Margherita Dolcevita

Tutto era perduto? Era inevitabile che fosse cambiato? Dovevo dimenticare? Dobbiamo chiudere gli occhi? Dobbiamo perdonare, poiché ognuno vive di briciole? Dobbiamo pensare che tutto ciò che ci tormenta è ben piccola cosa visto dalle lontanissime stelle, Altazor, Grapatax, Mab, Zelda e Dandelion? Oppure, proprio perché siamo piccola cosa, dobbiamo combattere per la nostra briciola di giustizia, o le stelle crolleranno?

 

Margherita DolcevitaQuesto è un post molto speciale. Prima di tutto perché un mio caro amico mi ha chiesto di parlare di Stefano Benni, autore che entrambi adoriamo. E, last but not least, perché Margherita e io siamo diventate amiche ben sette anni fa. Che relazione duratura, eh? Già è difficile mantenere i contatti con gli amici veri, figuriamoci con quelli cartacei. Di Margherita, però, non ti dimentichi facilmente. O meglio, te ne innamori così in fretta che poi è praticamente impossibile lasciarla invecchiare nel dimenticatoio. Quando ho letto il libro per la prima volta, la sua energia mi ha travolta: cicciottella e lentigginosa, innamorata della vita ma con una sana dose di scetticismo, Margherita affronta la società del suo tempo, la nostra società, con la coscienza pulita e battagliera. E come potevo non capirla, da brava quattordicenne idealista e combattiva? Sentivo anche io di stare lottando contro un mondo corrotto, che aveva smesso di cercare la bellezza negli sbuffi creati dalla polvere, quando un raggio di sole la illumina.

Anche la famiglia di Margherita si rivela folle ma adorabile. Il padre, gentile e un po’ sbadato, passa il tempo libero ad aggiustare biciclette. La mamma, invece, è completamente ammaliata da una telenovela della quale non riesce a perdere una puntata e passa il tempo a fumare sigarette immaginarie. Giacinto ed Eraclito, i due fratelli della ragazza, sono semplicemente agli antipodi. Il primo, come tutti i diciottenni, divide i suoi pensieri quasi equamente fra il calcio e il sesso, mentre il secondo, più piccolo di Margherita, è un piccolo genio incompreso. A completare lo strambo quadro familiare si aggiungono poi il nonno Socrate, i cui famosi detti aiutano sempre la protagonista nei momenti di difficoltà, e il piccolo meticcio Pisolo.
L’armonia di questa singolare famiglia viene sconvolta dall’arrivo di un cubo nero che, nel giro di una notte, è stato eretto proprio accanto casa loro. E cosa contiene questo oggetto di kubrickiana memoria? La famiglia Del Bene. Ricchi da far schifo, superficiali e snob, incarnano da soli molto di quello che Benni, attraverso la sua rotonda protagonista, disprezza della società moderna. La loro casa è il trionfo della tecnologia, ma di un libro nemmeno l’ombra. Il giardino, ampio è curato, è invece solo un triste tappeto di erba sintetica, pieno di pesticidi per tenere lontano gli insetti molesti. Come se non bastasse, poi, i familiari di Margherita sono totalmente ammaliati da questi automi imbellettati. Il padre entra in affari con signor Del Bene, mentre la madre viene ipnotizzata dal megaschermo che i dirimpettai le mettono a disposizione. Giacinto si innamora perdutamente di Labella, modello di bellezza e antipatia, mentre solo il piccolo Eraclito e il nonno restano fedeli ai vecchi valori. Da casa Del Bene però non arrivano solo sventure. Lì infatti vive anche Angelo, che col resto della famiglia però non ha praticamente nulla in comune. Sarà per gli occhi alla Anthony Hopkins, sarà perché finalmente Margherita sente che qualcuno le è vicino in questa strana vicenda, fatto sta che l’amore arriva anche per la ragazzina, ed è un amore che fa male.

Perché quando due mondi così diversi si scontrano, è impossibile pensare alla convivenza. E il mondo di una ragazza genuina, che crede nella sincerità dei rapporti umani e rispetta la natura attorno a sé, è destinato a soccombere davanti a quello opportunista e plastificato dei Del Bene. E come in tanti suoi altri libri, Benni, che ha condotto il lettore a sorridere dei mali di questa sciocca società, alla fine non lascia spazio alla speranza. Questo mondo colorato e asimmetrico non può sopravvivere davanti alla grigia e piatta aridità Delbenista, e tutto quello che ne rimane, alla fine, è polvere.

Perchè leggerlo?

Il finale di questo libro vi farà arrabbiare, e anche tanto. Siete arrivati fino alle ultime pagine pieni di dubbi, paure e voglia di vedere se questa ragazzina furba e irriverente riuscirà a capovolgere la fine inesorabile che sembra intrappolare tutti i suoi conoscenti. E non solo non sarete soddisfatti, ma vi sentirete anche un po’ stupidi. Perché vi sembrerà di non aver capito un bel niente di quel guazzabuglio polveroso e confuso, frutto forse, forse, di una mancanza creativa dell’autore. Ma sarete ancora più arrabbiati perché avete creduto in Margherita, nel suo sguardo puro e allegro. Vi siete così tanto affezionati che no, non la accettate una fine così.
In fondo, però, sapete di non aver perso tempo. Il mondo che Benni ha creato è così colorato e folle che vi piace l’idea di poter trasportare un po’ di quella sana stranezza nelle vostre vite, mescolandola con la spontaneità che ormai sembra essere diventata solo una macchia grigia sui nostri noiosi abiti di ogni giorno. Non importa se queste sensazioni sembrano sempre più oppresse dal triste mondo dei Del Bene. Finché puoi leggerle, finché senti che dentro di te si scavano una cuccia viva e confortevole, puoi sempre ricordarti che quando sei allegro, la vita diventa anche dolce.

Briciole d’autore

Benni adora, verbo che comunque rimane riduttivo, inventare parole per raccontare un po’ meglio i suoi strani personaggi: cancatalogo, biomerdonizzata, pallavolare, nutellista…

Margherita Dolcevita di Stefano Benni, Universale Economica Feltrinelli, pagg. 208, cartaceo € 8,00, e-book € 5,99

Tolleranza zero

Eravamo.io.e.Jamieson.
Solo noi.
In viaggio, questo viaggio forsennato a tavoletta attraverso questo strano territorio su questo strano veicolo.
Solo io e Sandy Jemieson.
Ma loro cercavano di disturbarmi, cercavano di svegliarmi; come sempre. Guai al mondo se lasciano in santa pace questo can che dorme.
S’immischiano sempre.

Tolleranza zeroQuando ho incontrato questo libro, l’estate della maturità era praticamente finita, ad ottobre avrei iniziato l’università e lasciato amici e parenti. C’era un sentimento di strana malinconia nell’aria, misto a timida curiosità per quello che mi aspettava. Non so di cosa avessi bisogno veramente per superare quella strana tensione fra il conosciuto e il possibile, ma sapevo che cercavo qualcosa di forte, di così profondamente brutale da staccarmi per almeno qualche ora da quei pensieri molli. Ho chiesto così al mio ragazzo, grande esperto di letteratura disagiata, che ha deciso di prestarmi “Tolleranza zero”. “Ne sei proprio convinta? Guarda che è pesante eh, se non riesci a finirlo posso anche capirti”. Peccato che l’idea di non finirlo non fosse nemmeno in programma. Come si può affrontare un libro del genere con l’idea di mollarlo perché non si riesce ad andare avanti? Non puoi entrare dentro tanta cattiveria senza cercare, fino alla fine, un briciolo di umanità.

Roy Strang è un ragazzo cresciuto nella corea di Edimburgo, quartiere periferico e malfamato, con un padre violento e sadico, una madre razzista e quattro fratellastri. Roy, brillante a scuola ma continuamente bersagliato a causa del suo brutto aspetto, si vendica con gesti efferati e violenti. L’unico momento di felicità arriva quando la famiglia si trasferisce in Sudafrica, dove lo zio Gordon, viscido e gentile al tempo stesso, ricatta l’attenzione del ragazzino con piccoli regali. Il ritorno in Scozia è un trauma per Roy, che sfoga la sua insoddisfazione unendosi ad un gruppo di ultras dell’Hibernian. Da questo momento in poi l’escalation di cattiveria cresce esponenzialmente. Fra risse, accoltellamenti e ubriachezza molesta il piccolo Strang diventa un uomo senza scrupoli, completamente disumano. Fino a che un terribile incidente, con il quale lui non ha apparentemente nulla a che vedere, cambia per sempre la sua vita.

In tutta questa follia c’è anche un misterioso “altrove” dove Roy si lascia trascinare quando il ricordo della sua storia diventa soffocante. In questo strano non-luogo, che ricorda la savana africana della sua infanzia, Strang deve trovare il marabù, terribile uccello predatore, e ucciderlo, per liberarsi finalmente dal male che ha distrutto la sua vita. Ma chi è davvero il marabù? Sono i suoi sensi di colpa, i compagni hooligans o semplicemente la crudeltà di un mondo dove solo chi offende sopravvive?

Perchè leggerlo?

Arrivati a questo punto vi starete sicuramente chiedendo: “ma perché mai dovrei scegliere consapevolmente di sorbirmi questa doccia di crudeltà grezza?” Il motivo è semplice, e forse anche un po’ ovvio. Per trasmettere così bene un mondo solitamente dipinto dalle voci paternalistiche dei giornali, si deve per forza essere cresciuti lì dentro. E ogni singolo pensiero, insulto, descrizione o sentimento è stato visto o provato da Welsh, che gli ha dato forma attraverso le parole. E queste parole sono taglienti e sporche, coltelli arrugginiti così vividi da far sanguinare. Tutto quello che leggi diventa così reale da coinvolgerti immediatamente, senza lasciare scampo a dubbi o pietà. Ogni azione, invece di sembrare troppo scellerata per essere vera, diventa il ricordo di una vita terribile che, per fortuna, non è mai stata nostra.

Penso anche che, ogni tanto, ci si debba scontrare con un libro lontano dal nostro gusto solito, così da poter scoprire che si può essere scrittori senza poesia da rincorrere, ma con solo un mondo marcio da raccontare. Un libro così ti fa improvvisamente sentire più vivo, ti trascina giù dalla personale torre di dorata lettura per farti sentire la puzza dell’asfalto e il sapore di sangue in bocca.

Briciola d’autore

Il titolo originale del libro, Marabou Stork Nightmares, in Italia è stato tradotto con lo slogan di una campagna sociale degli anni ’70, che invitava a mostrare “Tolleranza zero” contro chi ritiene la violenza l’unica forma di dialogo.

Tolleranza zero di Irvine Welsh, Guanda, pagg. 308, cartaceo 14,46

Non solo Briciole!

Pensa ad un rettangolo in prospettiva. Aggiungi sotto e di fianco altri tre piccoli rettangoli ed avrai una scatola. Sostituisci i rettangoli centrali con dei fogli e il rettangolo superiore con una copertina ed ecco che la tua scatola è diventata un libro. E, così come la scatola, anche il libro ha dei limiti fisici. Non puoi aggiungere altre pagine, non puoi cambiare le parole stampate né chiedere al libro di parlare. Forse è questo il motivo per cui tanti personaggi, troppo grandi per rimanere incastrati fra le pagine, vanno a spasso invadendo modi di dire, film ed esempi di tutti i giorni. Questa sezione delle Briciole è dedicata proprio a quei personaggi, per capire come sono nati e cosa sono diventati nella loro vita “extraletteraria”.

Jeeves l’ingegnoso

«Jeeves, chi era quel tale che guardava qualche cosa, e questo gli ricordava un altro tale che guardava qualche cosa d’altro? Ho imparato quel passo a scuola ma non me lo ricordo più

«Suppongo che il personaggio che lei ha in mente, signore, sia il poeta Keats il quale paragonava le sue emozioni quando aveva letto la versione di Omero redatta da Chapman con quelle del vigoroso Cortés quando con i suoi occhi d’aquila contemplò per la prima volta l’Oceano Pacifico

kinopoisk.ru     Fra amici può capitare che, fra una battuta e uno scherzo, si parli anche di arte, letteratura o cinema. Capita anche che uno dei due amici sia più ferrato sull’argomento in discussione, o che casualmente sappia un po’ più dell’amico. Capita però un po’ meno spesso che uno dei due chiami l’altro signore. O che si rivolga all’amico dandogli del lei.

Lo scambio di battute appena visto si svolge fra Bertie Wooster e Jeeves, fra i quali c’è sicuramente una grande intesa e profondo rispetto, ma anche un solido contratto di lavoro. Jeeves è infatti il maggiordomo di Bertie, o meglio il suo “valletto”. E in quanto valletto ricopre occasionalmente diversi ruoli: tuttofare, enciclopedia ambulante, barman, diplomatico e coscienza vivente. E Bertie, giovane aristocratico indolente, sfrutta al meglio tutte le capacità del versatile Jeeves.

Ingredienti

Cosa rende unico Jeeves?
Sicuramente il suo tempismo: riesce a risolvere ogni possibile guaio esattamente prima che diventi una catastrofe senza scomporsi minimamente (qualità prettamente vittoriana). Inoltre la sua discrezione e agilità sono leggendarie. Jeeves non entra dalle porte come i comuni mortali, ma emerge dal tappeto o, semplicemente, appare. E cosa dire poi della sua sconfinata cultura? Ogni citazione contiene rimandi scespiriani, riferimenti letterari e artistici che difficilmente vengono colti dal giovane Bertie. Il suo linguaggio è impeccabile, mai esagerato e volgare. Parla come un vero gentleman, non c’è che dire. La sua passione, oltre a tirar fuori Bertie dai più improbabili pasticci, è partecipare alle sedute del Club del Giovane Ganimede, circolo per valletti e maggiordomi dove ognuno dei membri deve tenere un portfolio dedicato alle imprese dei datori di lavoro. Jeeves è molto orgoglioso del suo fascicolo Wooster, che conta ben undici pagine.

Varianti succulente

Quando P. G. Wodehouse ha creato Jeeves aveva in mente il prototipo del maggiordomo perfetto, ma certo non si aspettava che Jeeves sarebbe diventato “la soluzione ad ogni problema” per antonomasia. Hai un dubbio? Il motore di ricerca Ask Jeeves lo risolverà. Il tuo equipaggiamento su World of Warcraft ha bisogno di essere riparato? Rivolgiti al robottino tuttofare Jeeves.
Ma qual è il volto più famoso di Jeeves? Sicuramente quello di Stephen Fry, che interpreta il valletto nella serie tv inglese Jeeves and Wooster, insieme a Hugh Laurie nel ruolo di Bertie.

Volete conoscere Jeeves un po’ meglio? Ecco quali titoli cercare:

Per ogni dubbio, ask Jeeves!

 

L’eleganza del riccio

Madame Michel ha l’eleganza del riccio: fuori è protetta da aculei, una vera e propria fortezza, ma ho il sospetto che dentro sia semplice e raffinata come i ricci, animaletti fintamente indolenti, risolutamente solitari e terribilmente eleganti.

ledr  Il sogno segreto di un vero bibliofilo è poter diventare invisibile. Basterebbe schioccare le dita e…toc! Sparito, dissolto nel nulla. In questo modo tutto il tempo dedicato al “dovere” diventerebbe tempo dedicato al piacere di leggere. L’idea è un po’ preoccupante, ma il vero bibliomane (siamo passati da amore a pazzia) darebbe tutto per avere questo superpotere. C’è però chi, senza ricorrere a mutazioni genetiche o incontri di terzo tipo, è riuscito a rendersi molto, molto discreto…

Rue de Grenelle, 7. Parigi. Renée Michel è la portinaia di un lussuoso palazzo abitato da Ministri, Consoli e facoltosi Affaristi francesi. Madame Michel è una donna semplice ed ordinaria: lavora sodo, ha uno scialbo gatto grigio e passa il tempo davanti alla televisione appena finisce di lavorare. Paloma Josse ha invece 12 anni, è figlia di un ministro e per il giorno del suo tredicesimo compleanno ha intenzione di buttar giù una tale dose di sonniferi da poter dormire molto, molto a lungo. Ma cosa hanno in comune queste due donne, in apparenza così diverse? Entrambe hanno scelto la clandestinità come tattica di sopravvivenza. Sia Renèe che Paloma sono infatti terribilmente intelligenti e assetate di conoscenza, tanto da rendersi conto che il mondo che le circonda non accetterebbe positivamente questa loro qualità. Per continuare allora a vivere tranquillamente hanno deciso di indossare la maschera della portinaia ottusa e dell’adolescente apatica. Solo l’arrivo di Monsieur Ozu, il nuovo inquilino di rue de Grenelle, potrà svelare l’identità delle due donne, regalando loro la fiducia nella vita della quale il mondo le aveva private finora.

Perchè leggerlo?

Ho letto “L’eleganza del riccio” quest’estate, dopo aver letto il primo capitolo quasi cinque anni fa. Mi ha sempre affascinato l’idea di poter costruire un mio mondo umile e separato dal flusso della vita, purché mi si lasciasse coltivare le mie passioni. E non sto parlando di una “Torre d’avorio”, isolata e comunque prestigiosa, ma di una vera e propria vita in sordina. Letture in clandestina libertà.

Questa fantasia, che certo denota una passione per la letteratura d’evasione, trovava il suo compimento nel libro. Il mondo di Madame Michel è immenso e comunque protetto da una solida guardiola. Dalla conoscenza, Renèe riesce a trarre tutta la gioia che il mondo ipocrita non le dà, a patto però di una costante vigilanza e autocensura.

Dall’altro lato la piccola Paloma soffre ancora di più per l’uso che i suoi genitori e i suoi coetanei fanno della cultura. Il suo sguardo disincantato sulla realtà non le permette di credere in un futuro roseo per sé e per gli altri, che le sembrano pesci confusi in un grande acquario deprimente. Vede le loro potenzialità sprecate in una continua recita superficiale della quale lei non riesce, e non vuole, fare parte.

Ma “gli altri” sono davvero così vuoti e crudeli come Paloma e Renèe pensano? Si riduce davvero tutto a questa estrema solitudine disincantata? Uscire dal guscio e abbassare un po’ la guardia può portare delle piacevoli sorprese, ma c’è bisogno dell’incontro giusto. Chi è allora il misterioso Monsieur Ozu? Che ruolo avrà nella vita delle due donne? Non resta che prendere il libro e scoprirlo.

Briciola d’autore

La storia di Paloma e Renèe esiste anche in versione cinematografica, per gli indaffarati interessati. “Il riccio“, diretto da Mona Achache, vede protagonista Josiane Balasko.

(L’eleganza del riccio di Muriel Barbery, E/O, pagg. 384, cartaceo 18,00, e-book 7,49)

 

 

Diana, Cupido e il Commendatore

Mi sono innamorata. Tu non ci crederai, ma è proprio vero. E la conseguenza è che non mi taglierò più i capelli. Sai perché? Anche LUI li ha lunghi!”

Diana, Cupido e il Commendatore Capita che, per ricordare una scena o un dialogo, si tiri fuori dalla libreria un vecchio libro polveroso. Così lo si sfoglia alla ricerca di quel dettaglio preciso, soffermandosi con con una certa accuratezza su alcuni punti piuttosto che su altri. Capita però che, nonostante la ricerca sia stata fruttuosa e veloce, non si riesca a rimettere quel libro a posto. Si sa bene che la pila dei libri sul comodino è già alta, e si sa ancora meglio che non c’è il tempo per ri-leggere, ma il tuo naso rimane lì, incastrato fra le pagine.

Diana, Cupido e il Commendatore è proprio uno di quei libri. Ho perso il conto di quante volte l’ho riletto, ma riesce sempre a rendermi felice, esattamente come quando avevo dodici anni.

Diana, la protagonista, ha solo undici anni quando si trova a dover cambiare città, scuola e amici per andare a vivere nel “castello” del Commendatore, il terribile, avaro e ignorante nonno. I due si ricordano a stento l’uno dell’altro, dato che la mamma di Diana, l’aristocratica Astrid, ha litigato col burbero signore quando lei era soltanto una bambina. Il motivo? Cupido, piccola divinità combinaguai, che si diverte a creare scompiglio nelle vite altrui. Così Diana e Zelia, la sua sorellina, si ritrovano a dover fronteggiare parenti sconosciuti, insegnanti scontrose e terribili ingiustizie. Niente panico però: Prisca, Elisa e Rosalba, le amiche di Ascolta il mio cuore, sono pronte a scendere in campo al fianco delle sorelle Serra.

Perchè leggerlo?

Anche se siete un po’ grandicelli per tuffarvi nel mondo della Pitzorno, non potrete non adorare la vitalità dei suoi personaggi, il modo unico in cui ciascuno di loro affronta le piccole e le grandi sfide della vita. La Pitzorno usa la penna come uno scalpello: lima e definisce i contorni fino a quando ogni personaggio e ogni situazione non diventano memorabili e, allo stesso tempo, familiari. Un discorso a sé meritano poi le grandi e piccole battaglie che attraversano tutto il libro. Che si tratti di un litigio fra madre e figlia o di una guerra di Troia simulata per gioco, tutto diventa una questione di vita o di morte, qualcosa per cui vale la pena sacrificarsi in caso di mancata vittoria. Pensate sia esagerato per una ragazzina di 12 anni? Non vi resta che aprire il libro e scoprirlo. 

Briciola d’autore

I libri di Bianca Pitzorno, compreso Diana, sono illustrati da Quentin Blake, re indiscusso dei disegni a china.

(Diana, Cupido e il Commendatore di Bianca Pitzorno, Mondadori, pagg. 301, cartaceo € 9,00, e-book € 4,99)