Mese: marzo 2015

La dichiarazione

“Il mio nome è Anna.

Mi chiamo Anna e non dovrei essere qui. Non dovrei nemmeno esistere.

Invece esisto.”

 

La dichiarazioneQualche tempo fa mi è capitato di avere una discussione piuttosto coinvolgente con un mio amico, il cui tema può sembrare poco attraente data la risposta piuttosto scontata. La domanda era: se tu potessi, vorresti vivere per sempre?
Cosa dire di pancia, se non “ovviamente si”? E dubito sinceramente che qualcuno avrebbe potuto rispondere negativamente, senza magari rifletterci su per un po’. Voglio dire, proviamo ad immaginare gli immediati vantaggi: niente più paura della morte, del dolore e della vecchiaia; niente più limiti temporali, niente più piani per il futuro, niente più spreco di tempo (non puoi sprecare una risorsa illimitata), e tanto altro. Il problema è che, più la lista dei vantaggi diventa lunga, più cresce un certo senso di angoscia nei confronti di questa illimitata possibilità. È difficile da spiegare, ma si ha la sensazione che il poter fare tutto senza un vero e proprio limite di tempo (pensate al semplice fatto che si potrebbero recuperare tutte le ore di sonno perse) abbassi il loro valore, le ricopra di un velo di semplice…inutilità. Il secondo grosso problema è: e se non foste solo voi ad essere immortali? Se tutta la popolazione mondiale avesse la possibilità di vivere in eterno? Noi quel giorno non abbiamo toccato quel tasto, ma Gemma Malley aveva cercato di dare una risposta un bel po’ di tempo prima.

2140, il mondo è popolato da circa 8 miliardi di persone, delle quali l’80% è nato nei primi anni 2000. Questo è possibile grazie alla Longevità, una medicina che, se presa regolarmente, garantisce l’eterna giovinezza e la possibilità di non morire di vecchiaia. Peccato però che la vita eterna richieda un prezzo alto da pagare: per garantire un adeguato sfruttamento delle risorse ed evitare una terribile sovrappopolazione, chi sceglie di non morire, deve anche scegliere di non procreare. Questa legge è garantita dalla Dichiarazione, che i diversi governi nazionali hanno firmato all’unanimità. Ma, come in ogni sistema complesso e delicato, non tutti, per sbaglio o per volontà, riescono a rispettare questa legge. Esistono infatti le Eccedenze, bambini nati da coppie che non hanno esplicitamente firmato la Rinuncia (rinuncia a prendere la Longevità e quindi alla vita eterna). In molti paesi le Eccedenze vengono eliminate alla nascita, ma nella civilissima Inghilterra, dove si svolge il romanzo, i bambini vengono catturati e rinchiusi nelle Case di Eccedenza, dove viene loro insegnato ad espiare il loro essere al mondo attraverso la possibilità di diventare Utili per i Legali. 
Diventare un’Utile è anche il principale desiderio di Anna, la protagonista del romanzo di Malley. Essendo un’Eccedente, le è stato insegnato che la sua esistenza, frutto dell’egoismo sconsiderato dei suoi genitori, è uno sbaglio e che la vita orribile che conduce nel collegio/prigione sia uno dei pochi modi che possiede per giustificare la sua inutile presenza sulla Terra. Anna, un po’ per il suo zelo, un po’ per le idee inculcate in collegio, abbraccia pienamente questa condizione finché non incontra Peter, un Eccedente di quindici anni che non sembra mai essere stato sfiorato dal’indottrinamento. Lui non si vergogna di esistere, non crede di essere un ladro di diritti ma anzi reclama ciò che gli spetta in quanto essere umano. Per quanto questo atteggiamento possa turbare e infastidire Anna, quello che la sconvolge di più è il fatto che Peter sembra essere arrivato a Grange Hall solo per lei. Conosce il suo cognome, i suoi pensieri più “eretici” e soprattutto, i suoi genitori. Davanti questa inaspettata novità, la ragazza si scopre sempre meno indifferente alla sensazione di oppressione e di ingiustizia che ha sempre percepito nella sua vita, affrontando finalmente il mondo dei Legali con uno sguardo libero dal senso di colpa. Questo però non vuol dire che la libertà sia a portata di mano. Perchè se anche una coscienza si sveglia, il sistema rimane chiuso. E per combattere, e capire il proprio valore di esseri umani, bisogna essere pronti a sacrificare tutto quello che si ama.

Perchè leggerlo?

Il romanzo, esagerando un po’ secondo me, è stato paragonato a capolavori del mondo distopico come “1984” di Orwell e “La Strada” di McCarthy. Ora, per quanto l’atmosfera possa essere cupa e psicologicamente angosciante, non si arriva certo ai picchi di “controllo paranoico” raggiunti da Orwell. Anche la violenza fisica, dipinta a tratti così cruenti nel mondo post-apocalittico di McCarthy, si limita a delle percosse e a degli stanzoni di isolamento dove vengono tenuti gli Eccedenti disiobbedienti. Quello che veramente rende il romanzo affascinante è la riflessione sull’inutilità e la pericolosità di nuove vite una volta conquistato il traguardo della vita eterna. Questa, di per sé, è innaturale, nel senso che contrasta in pieno con il ciclo della morte e della vita, che ha visto l’umanità avvicendarsi e trasformarsi sulla terra negli ultimi millenni. Se da un lato, quindi, non si muore più, non si può nemmeno più nascere. Non c’è bisogno di arrivare al 214o e alla miracolosa vita eterna per rendersi conto che le risorse indispensabili alla sopravvivenza sono limitate, e lo sfruttamento intensivo della Terra non ha risvolti positivi per i suoi abitanti (permettetemi questo eufemismo). Abbiamo così, a confronto, l’impossibile da sempre desiderato (vita eterna ed eterna giovinezza) e il naturale risorgere delle forze che diventa una minaccia per chi vive già. Malley descrive con chiarezza quanto i bambini siano diventati una sorta di marchio di vergogna, una brutta abitudine da evitare, che in un futuro non poi tanto lontano (gli scienziati inventano la Longevità nel 2030) diventano un vero e proprio pericolo per l’equilibrio mondiale. Penso che questo capovolgimento così amaro, ma non così improbabile (vedi Cina), sia il vero punto di forza del romanzo. Lo stile è semplice, chiaro e scorrevole, e permette di divorare il libro in poco tempo, senza perdere però nessuna delle riflessioni che l’autrice porta a galla mano a mano che la fine si avvicina. Perché, come tutti i bravi romanzieri distopici, Malley si schiera e costringe il lettore a prendere una posizione, necessariamente pro o contro.

Briciole d’autore

L’idea per il romanzo arrivò quando l’autrice, giornalista per Sunday Telegraph, si ritrovò a fare un articolo sull’impennata dell’età media in alcune regioni inglesi, di fronte ad un vertiginoso calo delle nascite.

 

La dichiarazione di Gemma Malley, Salani, pagg. 304, cartaceo 16,50 €

 

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Tre uomini in barca (per non parlar del cane)

“Io ho sempre l’impressione di fare molto più lavoro del dovuto. Non che sia contrario al lavoro, intendiamoci, il lavoro mi piace, mi affascina. Posso starmente seduto a guardarlo per ore”.

 

tre-uomini-in-barca-jerome-kLa soffocante vita metropolitana vi ha stremati? Avete bisogno di riprendere contatto col mondo naturale, silenzioso, placido e tranquillo? Se si, non resta che chiamare un paio di amici, raccattare il necessario e partire all’avventura.
Montagna, fiume, spiaggia, ogni meta è perfetta se i compagni di viaggio sono quelli giusti. Il problema è: quali sono i compagni “giusti?”. La critica empirica del viaggione di gruppo segue diverse scuole di pensiero: c’è chi predilige il viaggio fra compagni navigati e affiatati, chi ha bisogno del gruppo iperattivo della sveglia alle sei e passeggiata sulla salitaripidachepeggiononsipuò o chi ha semplicemente bisogno di supporto nelle gioie e nei dolori di un weekend fuori casa.
Il pensatore più autorevole di questa branca è forse Jerome K. Jerome. Lo scrittore, viaggiatore e dandy sostiene infatti che il non plus ultra della perfezione si raggiunge quando si combinano tre gentlemen ipocondriaci, pigri e decisamente comici, un cane furbo come una faina e una barchetta sgangherata che, tuttavia, compie dignitosamente il suo dovere.

Come testimone, Jerome fa affidamento sulla sua guida “Tre uomini in barca”, che racconta le rocambolesche avventure di J., George, Harris e il fedele Montmorency. I tre amici, più il sagace quadrupede, decidono di risalire il Tamigi perchè stanchi e ammalati (di cosa? Più o meno di tutto quello che l’enciclopedia medica può enumerare) e convinti di poter trovare un po’ di pace lontani dalla massacrante routine della città. Peccato però che i loro quattro caratteri siano leggermente incompatibili, per usare un eufemismo.
J., logorroico e sognatore, potrebbe essere l’anima avventurosa del gruppo, e ci riuscirebbe per davvero, se non fosse per il fatto che è esageratamente bravo a non fare nulla. Da un punto di vista teorico, infatti, la sua cultura non conosce confini, ma quando questa si scontra con la pratica, il nostro povero J. si arrende con tragicomica ironia. È il re della divagazione: ogni episodio dà il via a voli pindarici veramente estremi, ma ognuno degno di essere raccontato. Il nostro J., però, si piazza solo secondo nella classifica della pigrizia in confronto al caro George, campione di dormite sulle superfici improbabili. Questo giovine riesce a dormire a lavoro, al pub, sulla barca, in tenda durante un diluvio, mentre fuma la pipa, e a volte anche mentre parla.  Ma nonostante questo morboso rapporto con Morfeo, è il più romantico del gruppo, sempre perso a cercar poesia anche nella palude più insalubre e verdastra. Da questo punto di vista trova un compagno in J., prendendo volentieri parte alle sue divagazioni su parenti maldestri o teiere antipatiche. L’ultimo viaggiatore, Harris, è invece piuttosto diverso dai suoi compagni. Il suo titolo infatti potrebbe essere quello di “uomo pragmatico” della comitiva, peccato che il suo senso della praticità sfoci spesso in una sensibile mancanza di tatto, che si sposa alla perfezione col suo essere molto suscettibile. Non c’è bisogno di dire che i problemi di comunicazione fra J. e Harris spesso sfociano in terribili litigate dovute
semplicemente alla loro totale incompatibilità.
Non possiamo dimenticarci poi di Montmorency: un piccolo diavolo canino intrappolato nell’adorabile corpo di un fox-terrier. Amante delle risse e della confusione, bulletto quadrupede e terribile tornacontista, spesso sembra essere l’unico con un po’ di senno in corpo. O almeno, abbastanza senno da evitare i disastri combinati dagli altri tre.

Perchè leggerlo?

Se siete partiti con un  gruppo di amici almeno una volta nella vita, sapete esattamente di cosa Jerome sta parlando. Ogni episodio, litigata o scherzo sembra sia stato scritto ricalcando esattamente la vostra esperienza, come se più che una guida turistica, lo scrittore avesse elencato il modello del tipico viaggio-convivenza forzata. Con la differenza che lo ha scritto decisamente meglio di quanto fareste voi e con uno stile smaccatamente british. Non prendetevela a male, ma Jerome ha la rara capacità di prendere un episodio personale e di elevarlo al rango di teoria universale. Vi accenno, come esempio, la mitica teoria del tè, da me utilizzata spesso quando la fame si avvicina e la preparazione del pasto è ancora lunga. Quando si vuole fare un tè, non basta semplicemente far bollire l’acqua, ma bisogna far capire al bollitore che non si ha nessuna fretta, magari passeggiando in casa con nonchalance o chiacchierando con chi è presente senza degnarlo di uno sguardo. In questo modo il bollitore, pensando che non vi importi minimamente del tè, farà il suo dovere senza dare fastidio alcuno. Se invece vi piazzate davanti al bollitore o al pentolino, quello, per puro dispetto, ci metterà una vita a far bollire l’acqua, facendovi perdere tempo e pazienza. Arrivati qui volete dirmi che non è una teoria validissima e più volte sperimentata sulla vostra pelle?
Se questo piccolo assaggio vi è piaciuto, vi consiglio allora di tuffarvi con Jerome nel Tamigi, per passare con lui e la sua stramba compagnia qualche ora di puro e rilassante divertimento.

Briciole d’autore

Il libro commissionato in origine all’autore doveva essere una guida con cenni geografici e storici sul Tamigi, che Jerome pensò bene di condire con aneddoti divertenti. All’editore l’idea piacque tanto che decise di lasciare solo gli episodi divertenti, abbandonando l’idea della guida fluviale.

Tre uomini in barca (per non parlare del cane) di Jerome K. Jerome, Universale Economica Feltrinelli, I classici, pagg 201, cartaceo 8,00 €, e-book 3,99 €

Margherita Dolcevita

Tutto era perduto? Era inevitabile che fosse cambiato? Dovevo dimenticare? Dobbiamo chiudere gli occhi? Dobbiamo perdonare, poiché ognuno vive di briciole? Dobbiamo pensare che tutto ciò che ci tormenta è ben piccola cosa visto dalle lontanissime stelle, Altazor, Grapatax, Mab, Zelda e Dandelion? Oppure, proprio perché siamo piccola cosa, dobbiamo combattere per la nostra briciola di giustizia, o le stelle crolleranno?

 

Margherita DolcevitaQuesto è un post molto speciale. Prima di tutto perché un mio caro amico mi ha chiesto di parlare di Stefano Benni, autore che entrambi adoriamo. E, last but not least, perché Margherita e io siamo diventate amiche ben sette anni fa. Che relazione duratura, eh? Già è difficile mantenere i contatti con gli amici veri, figuriamoci con quelli cartacei. Di Margherita, però, non ti dimentichi facilmente. O meglio, te ne innamori così in fretta che poi è praticamente impossibile lasciarla invecchiare nel dimenticatoio. Quando ho letto il libro per la prima volta, la sua energia mi ha travolta: cicciottella e lentigginosa, innamorata della vita ma con una sana dose di scetticismo, Margherita affronta la società del suo tempo, la nostra società, con la coscienza pulita e battagliera. E come potevo non capirla, da brava quattordicenne idealista e combattiva? Sentivo anche io di stare lottando contro un mondo corrotto, che aveva smesso di cercare la bellezza negli sbuffi creati dalla polvere, quando un raggio di sole la illumina.

Anche la famiglia di Margherita si rivela folle ma adorabile. Il padre, gentile e un po’ sbadato, passa il tempo libero ad aggiustare biciclette. La mamma, invece, è completamente ammaliata da una telenovela della quale non riesce a perdere una puntata e passa il tempo a fumare sigarette immaginarie. Giacinto ed Eraclito, i due fratelli della ragazza, sono semplicemente agli antipodi. Il primo, come tutti i diciottenni, divide i suoi pensieri quasi equamente fra il calcio e il sesso, mentre il secondo, più piccolo di Margherita, è un piccolo genio incompreso. A completare lo strambo quadro familiare si aggiungono poi il nonno Socrate, i cui famosi detti aiutano sempre la protagonista nei momenti di difficoltà, e il piccolo meticcio Pisolo.
L’armonia di questa singolare famiglia viene sconvolta dall’arrivo di un cubo nero che, nel giro di una notte, è stato eretto proprio accanto casa loro. E cosa contiene questo oggetto di kubrickiana memoria? La famiglia Del Bene. Ricchi da far schifo, superficiali e snob, incarnano da soli molto di quello che Benni, attraverso la sua rotonda protagonista, disprezza della società moderna. La loro casa è il trionfo della tecnologia, ma di un libro nemmeno l’ombra. Il giardino, ampio è curato, è invece solo un triste tappeto di erba sintetica, pieno di pesticidi per tenere lontano gli insetti molesti. Come se non bastasse, poi, i familiari di Margherita sono totalmente ammaliati da questi automi imbellettati. Il padre entra in affari con signor Del Bene, mentre la madre viene ipnotizzata dal megaschermo che i dirimpettai le mettono a disposizione. Giacinto si innamora perdutamente di Labella, modello di bellezza e antipatia, mentre solo il piccolo Eraclito e il nonno restano fedeli ai vecchi valori. Da casa Del Bene però non arrivano solo sventure. Lì infatti vive anche Angelo, che col resto della famiglia però non ha praticamente nulla in comune. Sarà per gli occhi alla Anthony Hopkins, sarà perché finalmente Margherita sente che qualcuno le è vicino in questa strana vicenda, fatto sta che l’amore arriva anche per la ragazzina, ed è un amore che fa male.

Perché quando due mondi così diversi si scontrano, è impossibile pensare alla convivenza. E il mondo di una ragazza genuina, che crede nella sincerità dei rapporti umani e rispetta la natura attorno a sé, è destinato a soccombere davanti a quello opportunista e plastificato dei Del Bene. E come in tanti suoi altri libri, Benni, che ha condotto il lettore a sorridere dei mali di questa sciocca società, alla fine non lascia spazio alla speranza. Questo mondo colorato e asimmetrico non può sopravvivere davanti alla grigia e piatta aridità Delbenista, e tutto quello che ne rimane, alla fine, è polvere.

Perchè leggerlo?

Il finale di questo libro vi farà arrabbiare, e anche tanto. Siete arrivati fino alle ultime pagine pieni di dubbi, paure e voglia di vedere se questa ragazzina furba e irriverente riuscirà a capovolgere la fine inesorabile che sembra intrappolare tutti i suoi conoscenti. E non solo non sarete soddisfatti, ma vi sentirete anche un po’ stupidi. Perché vi sembrerà di non aver capito un bel niente di quel guazzabuglio polveroso e confuso, frutto forse, forse, di una mancanza creativa dell’autore. Ma sarete ancora più arrabbiati perché avete creduto in Margherita, nel suo sguardo puro e allegro. Vi siete così tanto affezionati che no, non la accettate una fine così.
In fondo, però, sapete di non aver perso tempo. Il mondo che Benni ha creato è così colorato e folle che vi piace l’idea di poter trasportare un po’ di quella sana stranezza nelle vostre vite, mescolandola con la spontaneità che ormai sembra essere diventata solo una macchia grigia sui nostri noiosi abiti di ogni giorno. Non importa se queste sensazioni sembrano sempre più oppresse dal triste mondo dei Del Bene. Finché puoi leggerle, finché senti che dentro di te si scavano una cuccia viva e confortevole, puoi sempre ricordarti che quando sei allegro, la vita diventa anche dolce.

Briciole d’autore

Benni adora, verbo che comunque rimane riduttivo, inventare parole per raccontare un po’ meglio i suoi strani personaggi: cancatalogo, biomerdonizzata, pallavolare, nutellista…

Margherita Dolcevita di Stefano Benni, Universale Economica Feltrinelli, pagg. 208, cartaceo € 8,00, e-book € 5,99

Tolleranza zero

Eravamo.io.e.Jamieson.
Solo noi.
In viaggio, questo viaggio forsennato a tavoletta attraverso questo strano territorio su questo strano veicolo.
Solo io e Sandy Jemieson.
Ma loro cercavano di disturbarmi, cercavano di svegliarmi; come sempre. Guai al mondo se lasciano in santa pace questo can che dorme.
S’immischiano sempre.

Tolleranza zeroQuando ho incontrato questo libro, l’estate della maturità era praticamente finita, ad ottobre avrei iniziato l’università e lasciato amici e parenti. C’era un sentimento di strana malinconia nell’aria, misto a timida curiosità per quello che mi aspettava. Non so di cosa avessi bisogno veramente per superare quella strana tensione fra il conosciuto e il possibile, ma sapevo che cercavo qualcosa di forte, di così profondamente brutale da staccarmi per almeno qualche ora da quei pensieri molli. Ho chiesto così al mio ragazzo, grande esperto di letteratura disagiata, che ha deciso di prestarmi “Tolleranza zero”. “Ne sei proprio convinta? Guarda che è pesante eh, se non riesci a finirlo posso anche capirti”. Peccato che l’idea di non finirlo non fosse nemmeno in programma. Come si può affrontare un libro del genere con l’idea di mollarlo perché non si riesce ad andare avanti? Non puoi entrare dentro tanta cattiveria senza cercare, fino alla fine, un briciolo di umanità.

Roy Strang è un ragazzo cresciuto nella corea di Edimburgo, quartiere periferico e malfamato, con un padre violento e sadico, una madre razzista e quattro fratellastri. Roy, brillante a scuola ma continuamente bersagliato a causa del suo brutto aspetto, si vendica con gesti efferati e violenti. L’unico momento di felicità arriva quando la famiglia si trasferisce in Sudafrica, dove lo zio Gordon, viscido e gentile al tempo stesso, ricatta l’attenzione del ragazzino con piccoli regali. Il ritorno in Scozia è un trauma per Roy, che sfoga la sua insoddisfazione unendosi ad un gruppo di ultras dell’Hibernian. Da questo momento in poi l’escalation di cattiveria cresce esponenzialmente. Fra risse, accoltellamenti e ubriachezza molesta il piccolo Strang diventa un uomo senza scrupoli, completamente disumano. Fino a che un terribile incidente, con il quale lui non ha apparentemente nulla a che vedere, cambia per sempre la sua vita.

In tutta questa follia c’è anche un misterioso “altrove” dove Roy si lascia trascinare quando il ricordo della sua storia diventa soffocante. In questo strano non-luogo, che ricorda la savana africana della sua infanzia, Strang deve trovare il marabù, terribile uccello predatore, e ucciderlo, per liberarsi finalmente dal male che ha distrutto la sua vita. Ma chi è davvero il marabù? Sono i suoi sensi di colpa, i compagni hooligans o semplicemente la crudeltà di un mondo dove solo chi offende sopravvive?

Perchè leggerlo?

Arrivati a questo punto vi starete sicuramente chiedendo: “ma perché mai dovrei scegliere consapevolmente di sorbirmi questa doccia di crudeltà grezza?” Il motivo è semplice, e forse anche un po’ ovvio. Per trasmettere così bene un mondo solitamente dipinto dalle voci paternalistiche dei giornali, si deve per forza essere cresciuti lì dentro. E ogni singolo pensiero, insulto, descrizione o sentimento è stato visto o provato da Welsh, che gli ha dato forma attraverso le parole. E queste parole sono taglienti e sporche, coltelli arrugginiti così vividi da far sanguinare. Tutto quello che leggi diventa così reale da coinvolgerti immediatamente, senza lasciare scampo a dubbi o pietà. Ogni azione, invece di sembrare troppo scellerata per essere vera, diventa il ricordo di una vita terribile che, per fortuna, non è mai stata nostra.

Penso anche che, ogni tanto, ci si debba scontrare con un libro lontano dal nostro gusto solito, così da poter scoprire che si può essere scrittori senza poesia da rincorrere, ma con solo un mondo marcio da raccontare. Un libro così ti fa improvvisamente sentire più vivo, ti trascina giù dalla personale torre di dorata lettura per farti sentire la puzza dell’asfalto e il sapore di sangue in bocca.

Briciola d’autore

Il titolo originale del libro, Marabou Stork Nightmares, in Italia è stato tradotto con lo slogan di una campagna sociale degli anni ’70, che invitava a mostrare “Tolleranza zero” contro chi ritiene la violenza l’unica forma di dialogo.

Tolleranza zero di Irvine Welsh, Guanda, pagg. 308, cartaceo 14,46