Tre uomini in barca (per non parlar del cane)

“Io ho sempre l’impressione di fare molto più lavoro del dovuto. Non che sia contrario al lavoro, intendiamoci, il lavoro mi piace, mi affascina. Posso starmente seduto a guardarlo per ore”.

 

tre-uomini-in-barca-jerome-kLa soffocante vita metropolitana vi ha stremati? Avete bisogno di riprendere contatto col mondo naturale, silenzioso, placido e tranquillo? Se si, non resta che chiamare un paio di amici, raccattare il necessario e partire all’avventura.
Montagna, fiume, spiaggia, ogni meta è perfetta se i compagni di viaggio sono quelli giusti. Il problema è: quali sono i compagni “giusti?”. La critica empirica del viaggione di gruppo segue diverse scuole di pensiero: c’è chi predilige il viaggio fra compagni navigati e affiatati, chi ha bisogno del gruppo iperattivo della sveglia alle sei e passeggiata sulla salitaripidachepeggiononsipuò o chi ha semplicemente bisogno di supporto nelle gioie e nei dolori di un weekend fuori casa.
Il pensatore più autorevole di questa branca è forse Jerome K. Jerome. Lo scrittore, viaggiatore e dandy sostiene infatti che il non plus ultra della perfezione si raggiunge quando si combinano tre gentlemen ipocondriaci, pigri e decisamente comici, un cane furbo come una faina e una barchetta sgangherata che, tuttavia, compie dignitosamente il suo dovere.

Come testimone, Jerome fa affidamento sulla sua guida “Tre uomini in barca”, che racconta le rocambolesche avventure di J., George, Harris e il fedele Montmorency. I tre amici, più il sagace quadrupede, decidono di risalire il Tamigi perchè stanchi e ammalati (di cosa? Più o meno di tutto quello che l’enciclopedia medica può enumerare) e convinti di poter trovare un po’ di pace lontani dalla massacrante routine della città. Peccato però che i loro quattro caratteri siano leggermente incompatibili, per usare un eufemismo.
J., logorroico e sognatore, potrebbe essere l’anima avventurosa del gruppo, e ci riuscirebbe per davvero, se non fosse per il fatto che è esageratamente bravo a non fare nulla. Da un punto di vista teorico, infatti, la sua cultura non conosce confini, ma quando questa si scontra con la pratica, il nostro povero J. si arrende con tragicomica ironia. È il re della divagazione: ogni episodio dà il via a voli pindarici veramente estremi, ma ognuno degno di essere raccontato. Il nostro J., però, si piazza solo secondo nella classifica della pigrizia in confronto al caro George, campione di dormite sulle superfici improbabili. Questo giovine riesce a dormire a lavoro, al pub, sulla barca, in tenda durante un diluvio, mentre fuma la pipa, e a volte anche mentre parla.  Ma nonostante questo morboso rapporto con Morfeo, è il più romantico del gruppo, sempre perso a cercar poesia anche nella palude più insalubre e verdastra. Da questo punto di vista trova un compagno in J., prendendo volentieri parte alle sue divagazioni su parenti maldestri o teiere antipatiche. L’ultimo viaggiatore, Harris, è invece piuttosto diverso dai suoi compagni. Il suo titolo infatti potrebbe essere quello di “uomo pragmatico” della comitiva, peccato che il suo senso della praticità sfoci spesso in una sensibile mancanza di tatto, che si sposa alla perfezione col suo essere molto suscettibile. Non c’è bisogno di dire che i problemi di comunicazione fra J. e Harris spesso sfociano in terribili litigate dovute
semplicemente alla loro totale incompatibilità.
Non possiamo dimenticarci poi di Montmorency: un piccolo diavolo canino intrappolato nell’adorabile corpo di un fox-terrier. Amante delle risse e della confusione, bulletto quadrupede e terribile tornacontista, spesso sembra essere l’unico con un po’ di senno in corpo. O almeno, abbastanza senno da evitare i disastri combinati dagli altri tre.

Perchè leggerlo?

Se siete partiti con un  gruppo di amici almeno una volta nella vita, sapete esattamente di cosa Jerome sta parlando. Ogni episodio, litigata o scherzo sembra sia stato scritto ricalcando esattamente la vostra esperienza, come se più che una guida turistica, lo scrittore avesse elencato il modello del tipico viaggio-convivenza forzata. Con la differenza che lo ha scritto decisamente meglio di quanto fareste voi e con uno stile smaccatamente british. Non prendetevela a male, ma Jerome ha la rara capacità di prendere un episodio personale e di elevarlo al rango di teoria universale. Vi accenno, come esempio, la mitica teoria del tè, da me utilizzata spesso quando la fame si avvicina e la preparazione del pasto è ancora lunga. Quando si vuole fare un tè, non basta semplicemente far bollire l’acqua, ma bisogna far capire al bollitore che non si ha nessuna fretta, magari passeggiando in casa con nonchalance o chiacchierando con chi è presente senza degnarlo di uno sguardo. In questo modo il bollitore, pensando che non vi importi minimamente del tè, farà il suo dovere senza dare fastidio alcuno. Se invece vi piazzate davanti al bollitore o al pentolino, quello, per puro dispetto, ci metterà una vita a far bollire l’acqua, facendovi perdere tempo e pazienza. Arrivati qui volete dirmi che non è una teoria validissima e più volte sperimentata sulla vostra pelle?
Se questo piccolo assaggio vi è piaciuto, vi consiglio allora di tuffarvi con Jerome nel Tamigi, per passare con lui e la sua stramba compagnia qualche ora di puro e rilassante divertimento.

Briciole d’autore

Il libro commissionato in origine all’autore doveva essere una guida con cenni geografici e storici sul Tamigi, che Jerome pensò bene di condire con aneddoti divertenti. All’editore l’idea piacque tanto che decise di lasciare solo gli episodi divertenti, abbandonando l’idea della guida fluviale.

Tre uomini in barca (per non parlare del cane) di Jerome K. Jerome, Universale Economica Feltrinelli, I classici, pagg 201, cartaceo 8,00 €, e-book 3,99 €

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