Inghilterra

La storia dell’arte di Gombrich

Non esiste in realtà una cosa chiamata arte.

 

Può capitare che, per puro spirito di avventura, ci si voglia impegnare in una lettura più complessa del solito, sia dal punto di vista tematico che nello stile. Si cerca così un libro imponente (dalle 200 pagine in su, magari) con una copertina il più neutra possibile, scritto in modo così fitto da far sembrare il testo un’unica trama ricamata. Magari ci si lascia un po’ di libertà sulla tematica, cercando di trovare qualcosa affine alle proprie passioni. Nel mio caso, e nel caso di molte persone che conosco, la storia dell’arte potrebbe essere un ottimo spunto. Dopo un’accurata ricerca potreste pensare che “La storia dell’arte” di E. Gombrich sia esattamente il libro che fa per voi. Mi spiace deludervi, ma vi state sbagliando di grosso.
La gradevolezza del testo di Gombrich, per quanto specifico e decisamente più interessante per gli appassionati di arte, sta nel fatto che il racconto è condotto con una leggerezza e maestria tali da rendere comprensibili anche i concetti più complessi della storia dell’immagine e della cultura legata ad essa. Sir Gombrich presenta le varie fasi della storia dell’arte con competenza e precisione scientifica, ma tenendo sempre presente l’elemento umano dietro il segno. Non vi è mai successo di percepire una spiegazione come troppo lontana ed elucubrata rispetto a ciò che potevate vedere (o leggere, nel caso della poesia)? Questo forse perché, quando si spiega, ci si dimentica di mettere in gioco gli aspetti che possono aver influenzato gli artisti in una data epoca, lasciando le teorie sterili e difficili da applicare a quella che si percepisce come realtà.
Un punto di vista che rende ancora più interessante la lettura di questa Storia è che si ha la possibilità di vedere la storia dell’arte da un punto di vista europeo e non solo “italocentrico”. Per molti lo studio della storia dell’arte non ha superato gli anni del liceo e questo si traduce, purtroppo, nella quasi totale ignoranza di cosa è successo nel resto d’Europa prima e dopo il Rinascimento. Grazie allo sguardo sereno e pacato di Gombrich ogni capitolo di questa grande storia viene perciò inserito nella giusta prospettiva, senza creare gerarchie di importanza geografica o culturale. Bisogna anche dire che questo libro non può supplire ad uno studio approfondito dei grandi maestri: l’aspetto museologico, così come lo studio della conservazione dei reperti, vengono messi da parte per lasciare più spazio alla contestualizzazione. Ma bisogna sempre tenere in mente l’obiettivo del libro e le intenzioni dello scrittore: informare. Fare in modo che i segreti di questo mondo si aprissero anche ai non addetti al mestiere, a chi sente di potersi definire “solo un appassionato”.

Per quanto appassionata, anche io sento di avere delle profonde lacune in questo campo, ma mi sono sempre sentita privilegiata all’idea che ogni concetto fosse stato pesato per chi non è riuscito a trasformare la passione in qualcosa di più remunerativo (ma è solo una questione di tempo, l’arte mi farà diventare milionaria). Non mi ripeterò mai abbastanza: “La storia dell’arte” è un libro pensato per tutti. Se invece non siete grandi appassionati di arte, questo libro ha sempre il vantaggio di farvi passare per affascinanti intellettuali.

Briciola d’autore

Sir Ernest Gombrich fu nominato cavaliere della regina nel 1972, dopo essere già stato commendatore dell’ordine dell’impero britannico

La storia dell’arte di Ernest Gombrich, Phaidon, 1046 pgg, 19,50 € (edizione tascabile)

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La dichiarazione

“Il mio nome è Anna.

Mi chiamo Anna e non dovrei essere qui. Non dovrei nemmeno esistere.

Invece esisto.”

 

La dichiarazioneQualche tempo fa mi è capitato di avere una discussione piuttosto coinvolgente con un mio amico, il cui tema può sembrare poco attraente data la risposta piuttosto scontata. La domanda era: se tu potessi, vorresti vivere per sempre?
Cosa dire di pancia, se non “ovviamente si”? E dubito sinceramente che qualcuno avrebbe potuto rispondere negativamente, senza magari rifletterci su per un po’. Voglio dire, proviamo ad immaginare gli immediati vantaggi: niente più paura della morte, del dolore e della vecchiaia; niente più limiti temporali, niente più piani per il futuro, niente più spreco di tempo (non puoi sprecare una risorsa illimitata), e tanto altro. Il problema è che, più la lista dei vantaggi diventa lunga, più cresce un certo senso di angoscia nei confronti di questa illimitata possibilità. È difficile da spiegare, ma si ha la sensazione che il poter fare tutto senza un vero e proprio limite di tempo (pensate al semplice fatto che si potrebbero recuperare tutte le ore di sonno perse) abbassi il loro valore, le ricopra di un velo di semplice…inutilità. Il secondo grosso problema è: e se non foste solo voi ad essere immortali? Se tutta la popolazione mondiale avesse la possibilità di vivere in eterno? Noi quel giorno non abbiamo toccato quel tasto, ma Gemma Malley aveva cercato di dare una risposta un bel po’ di tempo prima.

2140, il mondo è popolato da circa 8 miliardi di persone, delle quali l’80% è nato nei primi anni 2000. Questo è possibile grazie alla Longevità, una medicina che, se presa regolarmente, garantisce l’eterna giovinezza e la possibilità di non morire di vecchiaia. Peccato però che la vita eterna richieda un prezzo alto da pagare: per garantire un adeguato sfruttamento delle risorse ed evitare una terribile sovrappopolazione, chi sceglie di non morire, deve anche scegliere di non procreare. Questa legge è garantita dalla Dichiarazione, che i diversi governi nazionali hanno firmato all’unanimità. Ma, come in ogni sistema complesso e delicato, non tutti, per sbaglio o per volontà, riescono a rispettare questa legge. Esistono infatti le Eccedenze, bambini nati da coppie che non hanno esplicitamente firmato la Rinuncia (rinuncia a prendere la Longevità e quindi alla vita eterna). In molti paesi le Eccedenze vengono eliminate alla nascita, ma nella civilissima Inghilterra, dove si svolge il romanzo, i bambini vengono catturati e rinchiusi nelle Case di Eccedenza, dove viene loro insegnato ad espiare il loro essere al mondo attraverso la possibilità di diventare Utili per i Legali. 
Diventare un’Utile è anche il principale desiderio di Anna, la protagonista del romanzo di Malley. Essendo un’Eccedente, le è stato insegnato che la sua esistenza, frutto dell’egoismo sconsiderato dei suoi genitori, è uno sbaglio e che la vita orribile che conduce nel collegio/prigione sia uno dei pochi modi che possiede per giustificare la sua inutile presenza sulla Terra. Anna, un po’ per il suo zelo, un po’ per le idee inculcate in collegio, abbraccia pienamente questa condizione finché non incontra Peter, un Eccedente di quindici anni che non sembra mai essere stato sfiorato dal’indottrinamento. Lui non si vergogna di esistere, non crede di essere un ladro di diritti ma anzi reclama ciò che gli spetta in quanto essere umano. Per quanto questo atteggiamento possa turbare e infastidire Anna, quello che la sconvolge di più è il fatto che Peter sembra essere arrivato a Grange Hall solo per lei. Conosce il suo cognome, i suoi pensieri più “eretici” e soprattutto, i suoi genitori. Davanti questa inaspettata novità, la ragazza si scopre sempre meno indifferente alla sensazione di oppressione e di ingiustizia che ha sempre percepito nella sua vita, affrontando finalmente il mondo dei Legali con uno sguardo libero dal senso di colpa. Questo però non vuol dire che la libertà sia a portata di mano. Perchè se anche una coscienza si sveglia, il sistema rimane chiuso. E per combattere, e capire il proprio valore di esseri umani, bisogna essere pronti a sacrificare tutto quello che si ama.

Perchè leggerlo?

Il romanzo, esagerando un po’ secondo me, è stato paragonato a capolavori del mondo distopico come “1984” di Orwell e “La Strada” di McCarthy. Ora, per quanto l’atmosfera possa essere cupa e psicologicamente angosciante, non si arriva certo ai picchi di “controllo paranoico” raggiunti da Orwell. Anche la violenza fisica, dipinta a tratti così cruenti nel mondo post-apocalittico di McCarthy, si limita a delle percosse e a degli stanzoni di isolamento dove vengono tenuti gli Eccedenti disiobbedienti. Quello che veramente rende il romanzo affascinante è la riflessione sull’inutilità e la pericolosità di nuove vite una volta conquistato il traguardo della vita eterna. Questa, di per sé, è innaturale, nel senso che contrasta in pieno con il ciclo della morte e della vita, che ha visto l’umanità avvicendarsi e trasformarsi sulla terra negli ultimi millenni. Se da un lato, quindi, non si muore più, non si può nemmeno più nascere. Non c’è bisogno di arrivare al 214o e alla miracolosa vita eterna per rendersi conto che le risorse indispensabili alla sopravvivenza sono limitate, e lo sfruttamento intensivo della Terra non ha risvolti positivi per i suoi abitanti (permettetemi questo eufemismo). Abbiamo così, a confronto, l’impossibile da sempre desiderato (vita eterna ed eterna giovinezza) e il naturale risorgere delle forze che diventa una minaccia per chi vive già. Malley descrive con chiarezza quanto i bambini siano diventati una sorta di marchio di vergogna, una brutta abitudine da evitare, che in un futuro non poi tanto lontano (gli scienziati inventano la Longevità nel 2030) diventano un vero e proprio pericolo per l’equilibrio mondiale. Penso che questo capovolgimento così amaro, ma non così improbabile (vedi Cina), sia il vero punto di forza del romanzo. Lo stile è semplice, chiaro e scorrevole, e permette di divorare il libro in poco tempo, senza perdere però nessuna delle riflessioni che l’autrice porta a galla mano a mano che la fine si avvicina. Perché, come tutti i bravi romanzieri distopici, Malley si schiera e costringe il lettore a prendere una posizione, necessariamente pro o contro.

Briciole d’autore

L’idea per il romanzo arrivò quando l’autrice, giornalista per Sunday Telegraph, si ritrovò a fare un articolo sull’impennata dell’età media in alcune regioni inglesi, di fronte ad un vertiginoso calo delle nascite.

 

La dichiarazione di Gemma Malley, Salani, pagg. 304, cartaceo 16,50 €

 

Tolleranza zero

Eravamo.io.e.Jamieson.
Solo noi.
In viaggio, questo viaggio forsennato a tavoletta attraverso questo strano territorio su questo strano veicolo.
Solo io e Sandy Jemieson.
Ma loro cercavano di disturbarmi, cercavano di svegliarmi; come sempre. Guai al mondo se lasciano in santa pace questo can che dorme.
S’immischiano sempre.

Tolleranza zeroQuando ho incontrato questo libro, l’estate della maturità era praticamente finita, ad ottobre avrei iniziato l’università e lasciato amici e parenti. C’era un sentimento di strana malinconia nell’aria, misto a timida curiosità per quello che mi aspettava. Non so di cosa avessi bisogno veramente per superare quella strana tensione fra il conosciuto e il possibile, ma sapevo che cercavo qualcosa di forte, di così profondamente brutale da staccarmi per almeno qualche ora da quei pensieri molli. Ho chiesto così al mio ragazzo, grande esperto di letteratura disagiata, che ha deciso di prestarmi “Tolleranza zero”. “Ne sei proprio convinta? Guarda che è pesante eh, se non riesci a finirlo posso anche capirti”. Peccato che l’idea di non finirlo non fosse nemmeno in programma. Come si può affrontare un libro del genere con l’idea di mollarlo perché non si riesce ad andare avanti? Non puoi entrare dentro tanta cattiveria senza cercare, fino alla fine, un briciolo di umanità.

Roy Strang è un ragazzo cresciuto nella corea di Edimburgo, quartiere periferico e malfamato, con un padre violento e sadico, una madre razzista e quattro fratellastri. Roy, brillante a scuola ma continuamente bersagliato a causa del suo brutto aspetto, si vendica con gesti efferati e violenti. L’unico momento di felicità arriva quando la famiglia si trasferisce in Sudafrica, dove lo zio Gordon, viscido e gentile al tempo stesso, ricatta l’attenzione del ragazzino con piccoli regali. Il ritorno in Scozia è un trauma per Roy, che sfoga la sua insoddisfazione unendosi ad un gruppo di ultras dell’Hibernian. Da questo momento in poi l’escalation di cattiveria cresce esponenzialmente. Fra risse, accoltellamenti e ubriachezza molesta il piccolo Strang diventa un uomo senza scrupoli, completamente disumano. Fino a che un terribile incidente, con il quale lui non ha apparentemente nulla a che vedere, cambia per sempre la sua vita.

In tutta questa follia c’è anche un misterioso “altrove” dove Roy si lascia trascinare quando il ricordo della sua storia diventa soffocante. In questo strano non-luogo, che ricorda la savana africana della sua infanzia, Strang deve trovare il marabù, terribile uccello predatore, e ucciderlo, per liberarsi finalmente dal male che ha distrutto la sua vita. Ma chi è davvero il marabù? Sono i suoi sensi di colpa, i compagni hooligans o semplicemente la crudeltà di un mondo dove solo chi offende sopravvive?

Perchè leggerlo?

Arrivati a questo punto vi starete sicuramente chiedendo: “ma perché mai dovrei scegliere consapevolmente di sorbirmi questa doccia di crudeltà grezza?” Il motivo è semplice, e forse anche un po’ ovvio. Per trasmettere così bene un mondo solitamente dipinto dalle voci paternalistiche dei giornali, si deve per forza essere cresciuti lì dentro. E ogni singolo pensiero, insulto, descrizione o sentimento è stato visto o provato da Welsh, che gli ha dato forma attraverso le parole. E queste parole sono taglienti e sporche, coltelli arrugginiti così vividi da far sanguinare. Tutto quello che leggi diventa così reale da coinvolgerti immediatamente, senza lasciare scampo a dubbi o pietà. Ogni azione, invece di sembrare troppo scellerata per essere vera, diventa il ricordo di una vita terribile che, per fortuna, non è mai stata nostra.

Penso anche che, ogni tanto, ci si debba scontrare con un libro lontano dal nostro gusto solito, così da poter scoprire che si può essere scrittori senza poesia da rincorrere, ma con solo un mondo marcio da raccontare. Un libro così ti fa improvvisamente sentire più vivo, ti trascina giù dalla personale torre di dorata lettura per farti sentire la puzza dell’asfalto e il sapore di sangue in bocca.

Briciola d’autore

Il titolo originale del libro, Marabou Stork Nightmares, in Italia è stato tradotto con lo slogan di una campagna sociale degli anni ’70, che invitava a mostrare “Tolleranza zero” contro chi ritiene la violenza l’unica forma di dialogo.

Tolleranza zero di Irvine Welsh, Guanda, pagg. 308, cartaceo 14,46