l’umiliazione

L’umiliazione

Aveva perso la sua magia. L’impeto era venuto meno.
In teatro non aveva mai fallito, tutto ciò che aveva fatto era stato valido e convincente,
poi gli successe una cosa terribile: non era più capace di recitare.

Andare in scena divenne un tormento.

 

Pomeriggio tardo di fine settembre. La giornata è stata un turbinio di volti, persone, auguri, regali e attesa che, sciogliendosi, si porta via tutta l’adrenalina. Arrivata a casa mi lancio sul divano, cercando di recuperare un po’ di sonno. Ottima iniziativa, direte voi. Peccato che più mi imponga di dormire, più il sonno sembra trasferirsi sul mio ospite milanese, grazie al quale ho un tetto sopra la testa in questo weekend di lauree. Dopo avergli lanciato l’ennesima occhiata piena d’invidia, decido di mettermi a spiare la sua libreria, alla ricerca di qualcosa per impegnare quell’insonne pomeriggio. Ed è così che mi capita fra le mani il mio primo Philip Roth.

Il libro che sto stringendo è “The humbling” (in italiano L’umiliazione), il penultimo libro del maestro senza Nobel. Il protagonista, Simon Axler, ha perso il “dono” della recitazione alla veneranda età di 65 anni. Questa perdita crea un effetto domino sulla sua vita privata, spazzando via ogni relazione affettiva o briciolo di fiducia in se stesso. Salvo da ogni scalfitura rimane invece il desiderio erotico che, invece di diventare una salvifica ancora verso la vita, si rivela essere l’ultima pulsione instintiva di una mente ormai alla deriva verso la lunga notte*.

Avendo letto il libro in lingua originale, credo di poter dire di aver assaporato ancora di più la semplicità e la raffinatezza di Roth, proprio perché l’inglese riesce a trasmettere con una naturalezza invidiabile anche i pensieri più complessi. Tutta la distruzione della psiche di Simon, e anche della sua vita, sono affrontati con una crudezza quasi scientifica, che rende ancora più evidente il perché del suo stato depressivo.

La perdita del suo talento dipende, infatti, dall’aver realizzato e compreso la finzione del palco. Il confine fra finzione e realtà è collassato, lacerando la cortina incantata della prima e svelando la sciatta banalità della seconda. Non ha mai avuto un vero talento, non è mai stato capace di trasformarsi in mille maschere diverse. Semplicemente, non pensava a nulla. Sotto questa nuova luce, ogni successo diventa un fallimento, o comunque una bugia detta al pubblico e, principalmente, a se stesso. Quando ricorda le prime lezioni di recitazione dice:«Ero ridicolo mentre reggevo la mia tazza inesistente e fingevo di bere. Dentro di me c’era sempre una vocina che diceva: “Non c’è nessuna tazza”». È proprio la riflessione, il pensiero, a sgretolare la credibilità della recitazione. Al tempo in cui Simon Axler era un attore di fama riconosciuta, «quando recitava, non pensava a niente». Ora, «prima di una rappresentazione pensava tutto il giorno a cose che non gli erano mai venute in mente in vita sua». La consapevolezza e il ragionamento riconducono l’uomo allo squallido quotidiano, riducendo l’intera esistenza ad un’interpretazione debole, banale.

Sempre all’interno della scenografia, la sua relazione con la quarantenne lesbica Pegeen non è altro che una costruzione di ruoli e immagini che continuano a cozzare contro una realtà diversa da quella che Simon ha il continuo bisogno di costruirsi attorno. L’eros riscoperto, la possibilità di un amore e di una famiglia non si rivelano altro che spasmi dell’istinto di sopravvivenza di Axler, che, una volta persi anche questi, non riesce riempire il vuoto che la consapevolezza ha creato.

Non è stata una lettura facile. Quando ci si scontra con la perdità di identità di un personaggio è inevitabile iniziare ad interrogarsi sulla propria identità, su quanto il vuoto lasciato dal pensiero e dalla riflessione possano portare ad una perdità di senso troppo grande per essere colmata da altre forze più istintive e meno razionali. Siamo fatti di definizioni, di confini. Oltrepassati quelli, nessuna azione ha più senso e si finisce inevitabilmente per fingere.

Ed è per questo che, anche per l’atto finale, Simon ha bisogno di un copione. E cosa potrebbe scegliere se non Il Gabbiano di Checov per la sua uscita di scena “definitiva”?

*ultima pièce che Simon dovrebbe portare in scena

Briciola d’autore

Da questo libro è stato tratto anche un film, con un Al Pacino più vecchio e intrigante che mai. Buona lettura e buona visione!

L’umiliazione di Philip Roth, Einaudi Supercoralli, 113 pgg, 17,50 €, e-book 6,99 €

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